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Archivio Lavori > Anno 2004/2005
La Cascina Lodigiana
IL FALEGNAME
"MARENGON" in cascina aveva il compito di mantenere in efficienza gli attrezzi da lavoro, fabbricare carri, confezionare manici, rastrelli e carriole di vario tipo; lavorava in stretto contatto con il fabbro in quanto, spesso, le parti in ferro facevano da supporto a quelle in legno.
IL SELLAIO
"EL BASTè", provvedeva a costruire e a riparare i finimenti dei cavalli e dei buoi: selle, briglie, sotto pancia, ecc.
IL FABBRO FERRAIO
"EL FRè" aveva il compito di fabbricare attrezzi in ferro, sistemare aratri, limare molle, costruire, insieme con il falegname, i carri; ma il lavoro più conosciuto era quella della ferratura dei cavalli e degli animali da traino.
Era questa un’operazione che aveva un fascino particolare, anche per quel paziente lavoro di piallatura degli zoccoli e la costruzione dei nuovi ferri, con la fucinatura dello zoccolo che poi, ancora caldissimo e rosseggiante, veniva posto e inchiodato sulle zampe dell’animale sprigionando un odore acre e quasi insopportabile.
IL MACELLAIO
" EL MASLAR" era quello che in pieno inverno, quando le famiglie si trovavano nel periodo più difficile, si occupava di un avvenimento di grande importanza e molto atteso da tutti: l’uccisione del maiale, il prezioso animale che assicurava cibo e nutrimento nelle famiglie.
Normalmente la macellazione del porco, che era stato allevato con ogni cura possibile per un anno intero perché, quando sarebbe giunto il momento, potesse dare carne e lardo in abbondanza, avveniva verso Natale e l’Epifania e registrava momenti di crudeltà inaudita.
Del maiale non andava perso nulla; tutto serviva, tagliato sminuzzato, condito con spezie e lavorato ben bene, veniva utilizzato subito conservato.
Particolarmente graditi i ciccioli (GRATTON), ricavati dalla cotenna unita alla quale veniva lasciato un sottile strato di lardo; fatti friggere, venivano mangiati per diverse settimane con la polenta.
Questo animale, che veniva considerato con dispregio, era, alla fine dei conti, elemento basilare della nutrizione in quegli anni per le famiglie contadine e non.
IL MUGNAIO
molto spesso, macinava il grano appena fuori dalla cascina, perché la sua casa ed il suo mulino, si trovavano negli immediati dintorni, vicini ad un fossato ricco di acque che scorrevano veloci, facendo mulinare le grandi pale che azionavano le mole per la macinatura.
LO SPAZZACAMINO
invece giungeva in cascina due volte l’anno, una prima volta in primavera avanzata, quando provvedeva a pulire le canne dei camini dalla fuliggine depositatasi durante l’inverno ed una seconda volta in autunno, quando doveva di nuovo pulire le canne ed i comignoli.
Veniva dalle montagne della bergamasca o del bresciano verso le quali tornava nella bella stagione per lavorare il suo podere.
La gente ha fatto dello spazzacamino, con storie struggenti e poetiche, una specie di eroe dal fascino misterioso, ma il suo lavoro era duro, disagevole, sporco e pericoloso, dovendo arrampicarsi su per tetti e camini, in mezzo alla fuliggine ed alla cenere, vere nemiche dei suoi polmoni.
LO STAGNINO
"El MAGNAN" arrivava in cascina insieme alla primavera tutto vestito di panno nero e su una specie di carriola portava i ferri del mestiere: un mantice a manovella, pinze e tenaglie, stagno e tanta bambagia per sfregare ben bene l’interno delle pentole stagnate; sulla spalla, lucido e pulito, il suo paiolo per la polenta era la sua insegna.
IL CIABATTINO
"EL SCARPè" veniva in cascina ogni lunedì ritirava scarpe e scarponi da riparare e riportare il lunedì successivo; raramente, in occasioni di particolari avvenimenti, matrimoni ecc., aveva la fortuna di confezionare qualche paio di scarpe nuove.
I nostri contadini usavano abitualmente, estate ed inverno, gli scarponi di legno (sgurlu) e un paio di scarpe di cuoio lo facevano durare una decina d’anni e più.
I VENDITORI AMBULANTI
"I BASULO'N" arrivano in date ben stabilite, in media una o due volte al mese; ognuno con merce di un determinato tipo e settore merceologico. Arrivavano con tutti i mezzi: biciclette, carri, carretti, ecc. muniti di un corno di bue, chiamavano a raccolta le donne offrendo loro la propria mercanzia.
IL CESTAIO
giungeva uno o due volte l’anno, al mercato del paese; questa era una tipica figura di venditore che metteva a disposizione dei contadini i contenitore per i loro prodotti: i grandi canestri per il raccolto, i larghi cesti di vimini robusti per la biancheria o i piccoli cestelli tondi intrecciati con la grazia di un merletto.
Servivano alle massaie nelle case e nelle cascine, tramandatici dai secoli lontani quando l’uomo della terra imparò ad utilizzare,fin dalla preistoria, i poveri doni della vegetazione: gli alberi, i cespugli, le erbe vicine ai corsi d’acqua o della palude. Offrivano la materia prima perché l’uomo imparasse ad utilizzarla.
IL MATERASSAIO
"EL MATERASè" passava di casa in casa a raccogliere materiale; spesso erano crine e foglie di granoturco, per trasformarlo in materassi. Era un mestiere povero perché scarse erano le risorse della gente e la delusione dell’artigiano la si leggeva ben chiara negli occhi, malgrado il suo viso fosse coperto dalla polvere.
Quando gli veniva commissionata la confezione di un paio di materassi nuovi con vera lana per lui era… festa grande.
GLI ZOCCOLAI
"I SUCULIN" ricavavano zoccoli dai tasselli di legno.
La gente dei campi li portava per parecchi mesi all’anno; erano pesanti e molto rumorosi, al punto che preannunciavano l’arrivo di chi li portava con molto anticipo; "Sent, ariva un paisan" (Senti arriva un contadino).
"EL MULITA" proveniva dalla Valmalenco, ridente vallata dalla provincia di Sondrio, e, più precisamente da Caspoggio.
Con ai piedi grossi scarponi e, secondo il tempo, delle pantofole di velluto cucite in casa, percorrevano ogni giorno decine e decine di chilometri, spingendo l’inseparabile carretta che serviva da trasporto e da… officina.
Ogni mulita aveva una sua zona nella quale si trovavano una dozzina di paesi ed una cinquantina di frazioni e cascine e nella sua zona il mulita era l’unico artigiano del settore.
La carretta dell’arrotino era una specie di cassa con quattro piedini in legno rientrabili, con una puleggia che era fissata al pedale e per mezzo del quale veniva messa in azione la ruota smeriglio per l’affilatura.
Nei paesi passava una volta la settimana, mentre nelle cascine solo una volta al mese, gridando a tutti: “GH’E’ CHI ’L MULITA” (c'è qui l'arrotino).
A sera dormiva su qualche fienile o in qualche stalla e la buona gente dei campi non mancava mai di offrirgli qualcosa di caldo per cena ed una pesante coperta da stendere sulla paglia.
Interrompeva il suo giro in prossimità delle feste natalizie, che trascorreva con la famiglia, ma tornava quasi subito, o per la fine dell’anno o prima dell’ Epifania.